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Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo

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Le cave dei Colli Euganei

Briciole di pane

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francobolli vino Euganei

cava di M. Croce

Cava di Monte Croce

Le cave sono uno degli elementi che contraddistingue i Colli Euganei; non esiste, infatti, rilievo che non sia stato intaccato da escavazioni.

Nell'accezione comune il termine “cava” è riservato a sbancamenti a cielo aperto mentre il termine “miniera” è attribuito agli scavi condotti sotto terra. La nostra pagina fa riferimento appunto alle cave a cielo aperto, che sono quelle che producono i maggiori danni a livello ambientale.

L'uomo, bisognoso di un riparo, da sempre usa per le sue costruzioni il materiale che è disponibile nelle vicinanze. L'argilla per i mattoni, le rocce sedimentarie da cui ricavare leganti, pietre di ogni tipo per le costruzioni, si ricavano dai rilievi più prossimi. Così si estrae la lavagna per i tetti, il granito e i vari tipi di marmo, come rivestimento, la trachite per le pavimentazioni esterne, il basalto per lastricare le antiche strade romane, ecc. L'elenco è lunghissimo e per questo l'attività estrattiva di cava ha origini antichissime.

Per quanto riguarda i nostri Colli, due sono le tipologie di cava:

  • quelle di rocce sedimentarie, come la scaglia rossa e la marna euganea, per la produzione di calce e cemento;
  • quelle di rocce magmatiche effusive, come la riolite e la trachite, per la costruzione di oggetti ed edifici, divise in:
    • cave di lastre e blocchi da taglio, le più pregiate, atte a ricavare manufatti lavorati, come pavimentazioni di piazze, strade, marciapiedi;
    • cave di pietrame e pietrisco, usato per arginature, sottofondi e riempimenti, che sono quelle più devastanti dal punti di vista paesaggistico e della sicurezza, perché si aprono sui fianchi del colle con metodi molto brutali, come grosse cariche di esplosivo.

Le aree con maggiore attività estrattiva sono: Monselice, con il Monte Ricco e la Rocca, il Monte Lispida, Montemerlo e Zovon di Vo' che, insieme agli altri Colli, hanno prodotto nei secoli un tale numero di cave, tanto che nel 1971 c'erano quasi 70 attive e circa 130 dismesse.

 

Stampa M. Rosso

Cava di trachite colonnare sul versante sud-occidentale del Monte Rosso, da una tavola di J. Strange, 1768

Epoca preromana

I Veneti antichi, o Paleoveneti, erano un popolo proveniente da regioni orientali che si era insediato nel nord-est della penisola, in particolare nella pianura veneta e nelle zone collinari circostanti, come l'area di Este e di Padova.
La civiltà atestina ebbe il suo maggior sviluppo tra la prima età del ferro (IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.).

La grande disponibilità del materiale trachitico sugli Euganei e le sue caratteristiche tecniche hanno favorito un suo vasto impiego nell'edilizia pubblica e privata tanto a Este quanto a Padova, ma anche in centri più lontani. Sono state trovate, infatti, pavimentazioni negli spazi pubblici, selciati, arginature dell'antico alveo dell'Adige e anche a Padova, strutture di terrazzamento di santuari, basamento di edifici privati e strutture murarie a secco.

Con la trachite sono stati prodotti cippi funerari a forma di piramide, alti tra 22 e 100 cm, con iscrizioni nella parte superiore mentre quella inferiore, grezza e massiccia, era infissa nel terreno. Questi reperti sono conservati nel Museo Nazionale Atestino.

Sono noti anche cippi confinari a forma di parallelepipedo, con iscrizioni sulle diverse facce.

Provenienti da Padova e conservate al Museo Civico degli Eremitani sono le stele, lastre rettangolari, talune di trachite euganea, artisticamente raffigurate, impiegate in ambito civile, funerario e sacro.

Ampia diffusione hanno avuto le macine e manufatti ceramici nel cui impasto c'erano inclusi trachitici, sempre conservati nel Museo Nazionale Atestino e in altri musei.

Questo popolo utilizzò cave immediatamente alle spalle di Este, cioè prevalentemente Monte Cero e Monte Murale, ma anche luoghi facilmente raggiungibili, come il costone Piombarola di Calaone. Non mancano tuttavia reperti provenienti da Rocca Pendice, Zovon di Vo', Monte Altore, Monte Grande, Monte Castello di Montegrotto, Monte Oliveto.

 

vaso paleoveneto

Vaso a forma di palmipede su ruote. Este, necropoli Pelà, IX sec. a.C.
(Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici - 0500349522 - CC-BY 4.0)

Epoca romana

Nell'epoca romana l'attività estrattiva della trachite euganea era molto intensa poiché, a poca distanza dai Colli Euganei, stavano sorgendo nuove città - Monselice deriva probabilmente da mons silicis, “monte di selce” - o si ampliavano quelle esistenti, come Ateste (Este), Mons Aegrotorum - “monte degli ammalati”, diventato San Pietro Montagnone nel Medioevo e oggi Montegrotto Terme - e Patavium (Padova).

Con questo materiale, particolarmente resistente all'usura, sono state lastricate strade (sono stati trovati elementi fino alla via Flaminia), spazi aperti, come la piazza forense nella zona dell'attuale Caffè Pedrocchi e, in forma di elementi solo grezzamente sbozzati, erano destinati a spianare dislivelli e a colmare in maniera rapida e agevole eventuali depressioni.

L'utilizzo della trachite euganea fu particolarmente diffuso negli edifici pubblici e privati come materiale edilizio, tanto nelle fondazioni, in blocchi sbozzati, quanto per la realizzazione di blocchi squadrati di varie dimensioni messi in opera negli alzati. Ricordiamo alcuni elementi inseriti nell'Arena di Padova, nel teatro “Zairo” in Prato della Valle, le cui pietre sono state riutilizzate per la costruzione di parte della Basilica di Santa Giustina.

Le nuove città avevano naturalmente bisogno di acqua. Questa veniva portata da tubature (foto sotto) quasi esclusivamente in trachite euganea proveniente in primo luogo da Monte Merlo, dalle cui cave si producevano manufatti che venivano esportati in tutta l'area euganea, ma in misura considerevole anche da Monte Oliveto. Tali acquedotti scendevano dai versanti dei Colli Euganei come, ad esempio, il Buso della Casara, che si trova sulle pendici del M. Vendevolo, un'articolata cavità artificiale scavata nella riolite, costituita da più di 100 metri di gallerie e cunicoli, che raccoglievano l'acqua contenuta all'interno del versante sud-est del monte, in cinque polle. Allo sbocco delle gallerie c'era un bacino di raccolta, denominato caput acqua, da cui partivano cilindri di trachite che, dopo un percorso di circa 10 chilometri in leggera pendenza, raggiungevano l'acquedotto dell'antica città di Ateste (Este).
Altri tratti di tubature in trachite sono noti a Tramonte e a Torreglia, le quali si dirigevano verso i centri di Montegrotto e Abano Terme.

 

acquedotto in trachite

 

Ritroviamo materiale lapideo nelle arginature di canali e fiumi come l'Adige, il Meduacus, in banchine di approdo, come sotto l'attuale area universitaria, in arcate di ponti (ponte San Lorenzo, ponte Molino).

Interessante è anche l'impiego della trachite nell'edilizia funeraria, nella costruzione di altari, nella produzione di cippi e stele di carattere funerario, votivo o civile, urne, monumenti funerari e sarcofagi. Notevole è il “cippo di Galzignano” alto quasi 4 m e originariamente infisso per circa 2 m, oggi conservato al Museo Nazionale Atestino.

Ci sono poi i miliari in trachite di Monte Lispida e di Monte Alto, posti lungo la via Aemilia.

Non manca naturalmente un ampio commercio di macine in centri anche lontani dal comprensorio euganeo, ricavate, diversamente dal periodo precedente, prevalentemente dal Monte Rosso.

L'uso della trachite non era confinato solo nella zona euganea, ma si estendeva ad altre città romane come Adria, Altino, Oderzo, Aquileia, Vicenza, Valli grandi veronesi, e, in generale, in buona parte dell'Italia settentrionale.

Le cave coltivate nell'epoca romana sono quelle della Rocca di Monselice, certamente la più sfruttata, seguite da Monte Merlo e Monte Oliveto e in misura minore quelle di Monte Altore, Monte Lispida, Monte Alto, Monte Trevisan, San Daniele in Monte e anche Monte Rosso, non coltivato in epoca preromana.
Di queste antiche cave non è possibile trovare tracce perché le medesime sono state sfruttate con continuità fino ai giorni nostri.

Per il trasporto del materiale lapideo, il metodo preferito era quello fluviale, vista la presenza di canali nell'area perieuganea: Meduacus minor (Bacchiglione) e una sua diramazione (Retenus) permisero il commercio della trachite euganea a ovest; Athesis (Adige), che allora scorreva più vicino ai Colli, verso est; Meduacus Major (Brenta) consentiva l'inserimento nella rete endolagunare.
In misura minore si usavano anche carri su slitte trainati da buoi.

Dal Medioevo fino al 1850

Nel Medioevo l'attività estrattiva continua e si allarga l'area di esportazione, estendendosi fino a Venezia e a Chioggia e sono stati proprio i fiumi a consentire il trasporto delle pietre fino a quelle zone; è del 1143 lo scavo del canale Bisatto, derivazione del Bacchiglione.

Si conferma l'importanza delle cave sul Monte Merlo e continua l'estrazione anche sulla Rocca di Monselice - entrambe con trachite di buona qualità -, sul Monte Lispida - tra le più sfruttate -, Montegrotto e Abano.

 

Fino alla prima metà dell'Ottocento l'estrazione del materiale di cava avveniva con mezzi manuali e i danni erano limitati, perciò la natura aveva il tempo di rimarginare le ferite, soprattutto se si trattava di rocce sedimentarie.
Il distacco dei blocchi delle rocce magmatiche avveniva inserendo in fratture naturali cunei metallici che venivano battuti con una mazza, oppure cunei di legno che venivano bagnati i quali, dilatandosi, provocavano la separazione di porzioni di roccia. In seguito venivano parzialmente lavorati dagli scalpellini all'interno della cava. Più probabile è il metodo di franamento, con distacco di ampie porzioni di materiale sul fronte della cava tramite picconi e grosse leve, sperando di recuperare il maggior numero possibile di pezzi di grandi dimensioni.

Si sviluppano anche fornaci a cielo aperto per la produzione della calce che richiedono, come scrive N. da Rio nella sua Orittologia Euganea del 1836: «cave per trarne pietra da calce, e di queste cave n'esistono quattro nel solo comune di Rovolone. Altra ne esiste in Lozzo, altre in S. Pietro Montagnone, nel colle di Casa Canale alla Battaglia, ed altre molte in molti e varii luoghi relativamente al bisogno, all'opportunità dello scavo, ed alla facilita della condotta».

Data la facilità di estrazione e lavorazione, il basso costo e la facilità di trasporto, la resistenza agli agenti atmosferici e alla salsedine, la Serenissima Repubblica di Venezia ha fatto ampio uso della trachite euganea per opere di difesa del litorale lagunare, per la pavimentazione di città venete e di piazze come Piazza San Marco (nella stampa sotto).

 

piazza San marco

 

Numerosi sono anche i manufatti in altre città come, per esempio, gli elementi inseriti nelle mura e nelle porte medievali e rinascimentali di Padova.

Dal 1850 al 1971

La tradizione di cavatori, scalpellini, fornaciai, carrettieri, formatasi nei secoli precedenti, subisce un notevole incremento nella seconda metà dell'Ottocento, soprattutto per opere pubbliche, quali la lastricatura di piazze, marciapiedi e costruzione di grandi edifici.
Ne consegue un incremento della richiesta di calce e quindi un intensificarsi dell'attività lavorativa nelle fornaci. Si ritiene, infatti, che questa attività nell'area euganea sia quasi tutta databile nella seconda metà dell'Ottocento, con la piena produzione nel primo Novecento. 
La produzione della calce richiedeva l'impiego di fornaci, perciò ogni comune ne possedeva una con forno conico oppure a cielo aperto.
Testimonianze sono ancora visibili nei forni a tino di, Marendole (Monselice), Cava Bomba a Cinto Euganeo (foto sotto), particolarmente bel conservato, ma anche a Padova, Este e Baone. A Mandriola di Albignasego apre nel 1872 una fornace all'avanguardia, che rimarrà attiva fino al 1970.

 

Cava Bomba

 

Il miglioramento delle condizioni della rete viaria avutosi nella seconda metà dell'Ottocento ha consentito l'impianto di fornaci da calce anche in località periferiche come Valbona (Lozzo Atestino), Bastia di Rovolon, Lovertino (nella foto) ecc.

 

Fornace di Lovertino

 

A partire dal 1880 l'estrazione nei Colli subisce una forte accelerazione grazie ai nuovi metodi di estrazione, più invasivi e distruttivi; c'è la dinamite e c'è una domanda sempre crescente. Da attività prevalentemente artigianale l'escavazione assume i caratteri di imprenditorialità industriale.
Intorno al 1900, oltre alle mine, si cominciano a usare i martelli pneumatici e le perforatrici ad aria compressa. Piccole cariche esplosive si impiegano per ottenere blocchi di grandi dimensioni, mentre grosse cariche si usano per ricavare pietrame e pietrisco trachitico e riolitico.
Nel secondo dopoguerra entreranno in azione ruspe e bulldozer, binde e autotreni da trasporto.

 

ruspa in azione

 

Con la rotta del Po nel 1951, ricordata anche nel film Don Camillo, con Fernandel e Gino Cervi, si rese necessario il rinforzo degli argini del Po e dell'Adige, impiegando pietrame e il pietrisco trachitico e riolitico, che si usa anche per sottofondi stradali e nei lavori di riempimento in genere. Il M. Croce fornisce pietrisco basaltico alle Ferrovie dello Stato per le massicciate.
Negli anni '60 del secolo scorso si avvia anche la costruzione dell'autostrada Padova-Bologna, per cui deve aumentare la produzione di materiale lapideo.

Anche la trachite da taglio subisce un incremento di produzione, soprattutto nell'area di Monselice, data la vicinanza di vie di trasporto fluviali e ferroviarie.

 

Cave

Di questa frenetica e selvaggia attività estrattiva ne fanno le spese soprattutto quattro rilievi nell'area di Monselice, essendo naturalmente il posto più comodo dove reperire il materiale lapideo, oltre che di Monte Merlo. Delle cave di Zovon ne parleremo più avanti.

 

Monte Lispida

L'attività estrattiva sul Monte Lispida, già presente nell'epoca romana, si sviluppa nell'XI e XII secolo. Qui esisteva il monastero di Santa Maria di Ispida, trasformato in villa-castello nell'Ottocento e ora luogo di eventi e casa-vacanze. I monaci ottenevano notevoli guadagni dall'estrazione della trachite, sia in pietrame e pietrisco, sia da taglio, essendo uno dei pochi luoghi, insieme alla Rocca e a Monte Merlo, dove si ricavavano blocchi di varie dimensioni di qualità pregiata.
L'attività estrattiva raggiunse il culmine tra il XV e il XVI secolo con 7 cave, i cui prodotti pregiati, oltre alle pavimentazioni e le colonne dell'architettura urbana del Rinascimento locale, sono destinati ai lidi di Venezia, mentre i blocchi di minor pezzatura andranno a formare i murazzi veneziani e altre opere di difesa, favorite dal fatto che nelle vicinanze erano presenti numerosi canali per il trasporto.
Accanto alla trachite si estraeva anche il calcare per la produzione di calce.
Tutte queste cave hanno finito per modificare completamente la morfologia del colle, dove negli anni sessanta del secolo scorso una profonda spaccatura ha praticamente diviso in due il monte, con una voragine acquitrinosa.

 

monastero di Lispida

 

Monte Ricco

 

veduta sul M. Ricco

M. Ricco visto dalla Rocca prima che subisse la devastazione. G. Mazzocca, 1866

 

La riolite del Monte Ricco, meno adatta per il taglio in lastre, data la sua durezza, ha fornito fino ai giorni nostri pietrame e pietrisco. Le falde meridionali fornivano materiale per le fornaci da Padova.
Alle 4 cave presenti nel secolo precedente, si arrivano ad avere 10 cave nel 1967: Lago delle Rose, Le More, Fontanelle, Pignara, Zorzi, Sociale, Solana, Santa Rosa, Pozzetto, Costa, triplicando la produzione, nonostante il parere contrario della Soprintendenza.
Maggiori informazioni su queste cave si trovano sul volume G. Astolfi - F. Colombara, Cava Costa e Montericco, presente tra le nostre pubblicazioni.

 

M. Ricco

 

La Rocca di Monselice

 

La Rocca

 

La Rocca di Monselice presenta una fessurazione colonnare che ha favorito l'estrazione di un'ingente quantità sia di trachite da taglio, sia di pietrame trachitico e per questo si sono accaniti nel tempo i diversi proprietari.

Era la più sfruttata in età romana per produrre materiale utile alla lastricatura delle strade, come la via Aemilia e la via Flaminia, e già in quel periodo era diffusamente impiegata al di fuori del comprensorio euganeo, per esempio a Imola, Ravenna, il porto di Classe, Faenza Reggio Emilia.

Un documento del 1532 attesta che ha fornito materiale lapideo per la Basilica di Santa Giustina; nella prima metà del Settecento c'erano 12 cave: 5 inattive e 7 attive. Da queste ultime i proprietari del Colle, nobili veneziani, come accennato in precedenza, hanno estratto pietre per la pavimentazione di piazza San Marco.

All'inizio dell'Ottocento c'erano 4 cave attive: S. Tomaso, Ebrei, Salotto e Duomo, la più grande, passata in eredità al conte Vittorio Cini, si dimostra la più distruttiva e 3 ne rimarranno alla fine del secolo.

Con l'escavazione in questo periodo cade un primo tratto di mura e verso la fine dell'Ottocento, con l'uso della dinamite, crollerà la cortina di mura e torri sul lato occidentale che si estendevano dalla base alla cima del Colle.

Entro il 1923 cadono anche la solitaria Torre della Regina e la chiesa di S. Maria di Medio Monte con relativi affreschi.

Quando ormai un terzo della Rocca è stato asportato, modificandone completamente l'aspetto, il conte Cini interrompe nel 1930 gli scavi e iniziano i primi interventi di rimboschimento. In realtà bisogna attendere il 1955 per una definitiva chiusura delle cave.

 

La Rocca nel 1921

Veduta della Rocca nel 1921. (Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici - 0500346996 - CC-BY 4.0)

 

Monte Fiorin

Il Monte Fiorin era un piccolo colle di Marendole, località di Monselice, costituito da scaglia rossa, che fin dal XVII secolo veniva estratta in grande quantità. Con il sorgere della cementeria nel 1959 l'attività di cava si intensifica notevolmente e non si ferma nemmeno con la legge del 1971, tanto che nel 1986 ormai non rimane più nulla, come si vede nella foto sotto.

 

ex M. Fiorin

 

Monte Merlo

Le cave di Monte Merlo (almeno cinque), forse le più antiche dei Colli Euganei, sicuramente erano coltivate in epoca romana, come abbiamo sottolineato sopra in riferimento alle tubature lapidee, poiché presentano una fessurazione colonnare adatta alla produzione di pregiata trachite da taglio.

La trachite di questo colle è largamente impiegata anche ai giorni nostri per pavimentazioni, rivestimenti e manufatti in Veneto e non solo, essendoci ancora una cava attiva; di conseguenza il rilievo risulta attualmente smantellato quasi nella sua interezza.

 

Monte Merlo

 

Oltre alle cave citate sopra, in questo periodo se ne aprono di nuove sul Monte Cero, Monte Murale e Baone e, nella seconda metà degli anni '50 del Novecento, a Montegrotto, Teolo, Turri, Monte Grande.

 

Cementerie

A queste si devono aggiungere le cave di rocce calcaree quando aprono tre grandi cementerie tra Monselice ed Este.

La Cementeria di Monselice (detta anche Cementeria Radici) si è insediata nei Colli nel 1954 con un primo forno, seguito da altri tre costruiti rispettivamente nel 1957, nel 1961 e nel 1966. Di conseguenza viene aperta una cava nel versante nord del Monte Ricco, aumenta la produzione dal palazzo del Principe a Este e si preleva da Cava Bomba a Cinto, Cava Piombà di Baone e del Monte Cocuzzola a Fontanafredda.

La Italcementi di Bergamo apre una cementeria nei pressi di Monselice nell'aprile del 1959 (prima aveva uno stabilimento in centro a Padova) e, come si diceva sopra, si rifornisce dal Monte Fiorin, che viene spianato completamente.

A Este apre la Cementizillo all'inizio degli anni '50 del secolo scorso con due forni di modeste dimensioni. Nel 1960 e nel 1967 ha aggiunto altri due forni più potenti. All'entrata in vigore della legge 1097 la Cementizillo lavorava con 4 cave. Due sono state chiuse: quella in località Bomba sulle pendici del Monte Cinto e quella di Rivadolmo. Ne restano in funzione altre due: una a Piombà sulle pendici basse del Monte Cero in comune di Baone, e l'altra a Fontanafredda nel comune di Cinto Euganeo.

Legge Romanato-Fracanzani del 1971 e normative successive

Negli anni Sessanta del secolo scorso, finalmente ci si accorge della degenerazione dell'ambiente collinare e del notevole dissesto idrogeologico. All'inizio i piccoli proprietari erano favorevoli alle attività di cava, sperando in un impiego e un guadagno, ma le prospettive economiche non sono quelle che si aspettavano, considerando che, all'aumento del numero di cave, non corrisponde un aumento della manodopera, perché ora ci sono nuovi metodi di estrazione, più efficaci e distruttivi, che richiedono meno personale.

L'opinione pubblica, la stampa, le forze politiche e sociali iniziano a reagire, soprattutto quando i problemi per la popolazione diventano seri.
Infatti, con l'apertura di quattro cave sul Monte Cero e due sul Monte Murale, la strada di collegamento tra Calaone ed Este subisce i primi contraccolpi e crollano alcune case in località Meggiano Alta.
Con l'approfondirsi della cava di Monte Croce, crolla parte dell'antico Monastero di S. Maria di Monte delle Croci, di cui ora rimangono solo pochi resti.
Nella cava Vigolo, nell'omonima località di Monteortone, salta in aria il deposito di esplosivi, danneggiando il Santuario della Beata Vergine della Salute.
Le abitazioni di località Casette di Baone rimangono senz'acqua a causa di una frana.

Arrivano anche le prime denunce, ma per la maggior parte finiscono con assoluzioni o prescrizioni, nonostante l'evidenza dei danni inflitti ai Colli.

 

Finalmente le diverse iniziative - proteste, marce, scioperi - culminano il 29 novembre 1971 nell'approvazione della legge n. 1097: Norme per la tutela delle bellezze naturali e ambientali e per le attività estrattive nel territorio dei Colli Euganei, nota come legge Romanato-Fracanzani.
Solo il 22 febbraio 1973, tuttavia, la Corte Costituzionale sentenzia in modo definitivo la legittimità della normativa.

La legge prevede la chiusura delle cave di pietrame e pietrisco entro il 31 marzo 1972, mentre le altre dovevano essere sottoposte al parere della Soprintendenza (poi il compito passerà alla Regione), ogni 5 anni.
In seconda applicazione, al 7 luglio 1977 ci sono ancora 26 cave attive.

In questo periodo gli abusi sono continuati, anche per la tolleranza della pubblica amministrazione ma, diversamente dal passato, le denunce hanno portato in alcuni casi a condanne, accanto a clamorose assoluzioni.

Le circa venti cave da taglio, concentrate soprattutto a Zovon di Vo', Montemerlo, Montegrotto Terme, dopo il 1972 hanno ricevuto tutte l'autorizzazione al proseguimento dell'attività estrattiva, essendo quelle che hanno prodotto meno danni poiché, presentandosi la roccia in prismi colonnari, servono piccole cariche di esplosivo per l'estrazione.

 

La situazione peggiore riguarda le cave per la produzione di calce e cemento, perché si consente l'espansione delle cementerie.
Nel 1978, infatti, la Cementeria di Monselice sostituisce i due forni più vecchi con uno nuovo.
Italcementi continua a cavare sul Monte Fiorin. Dopo averlo completamente spianato, vorrebbe scendere in profondità per poi creare un laghetto ma, per problemi di carattere idrogeologico, per il momento non si procede oltre.
Non è così, invece, per il Monte Buso, che viene scavato in profondità fino a creare il “Lago Azzurro” (foto sotto) e per il rilievo in località Casette, che diventa il “Lago Manfrinato” o “Lago delle Casette”.

 

Lago Azzurro

Lago Azzurro in località Casette

 

Stessa sorte subisce la cava a ovest del Monte Ricco, che diventa il “Laghetto delle Rose”.
Si continua anche nella cava Costa, che diventa un'enorme spianata, come si vede nella foto sotto, e cava Piombà di Baone, che erode il fianco occidentale del Monte Cero e un altro squarcio si apre sotto la sua vetta.

 

Cava Costa

Cava Costa nel 1987

 

Il 27 novembre 1998 entra in vigore il Piano Ambientale del Parco Regionale dei Colli Euganei, aggiornato il 10 maggio 2021.
L'art. n. 19 dichiara che sono incompatibili con le finalità del Parco gli impianti produttivi ad alto impatto ambientale, quali le cementerie. Inoltre, devono essere concertate eventuali riconversioni e/o ricollocazioni delle attività e degli impianti e definiti programmi di riassorbimento occupazionale.
L'art. n. 20 prevede le seguenti azioni di intervento per le cave e le attività estrattive, secondo l'esistenza o meno di attività in atto: conservazione, manutenzione, restituzione, riqualificazione, trasformazione.

 

Il Progetto Tematico Cave, redatto dal Parco Colli sul Piano Ambientale e approvato con deliberazione del Consiglio Regionale n. 11 del 9.03.2001, specifica le modalità di intervento, di recupero e di conservazione per ogni sito dismesso e, nei casi ammessi, di coltivazione. Questo prevede in particolare la chiusura definitiva delle cave di materiale per cemento e un prolungamento di 3 quinquenni per quelle di trachite da taglio.

 

Il 16 marzo 2018 è approvata la Legge Regionale n. 13: Norme per la disciplina dell'attività di cava.
In particolare l'art. n. 32 detta le condizioni, in deroga alle limitazioni contenute nel Piano Ambientale e nel Progetto Tematico Cave, per potere eventualmente autorizzare la prosecuzione dell'attività delle cave di trachite:

  • il progetto di coltivazione proposto sia ad alto contenuto innovativo, da dimostrare con uno studio di fattibilità sperimentale, dal quale emerga un'effettiva drastica riduzione degli impatti paesaggistici ed ambientali rispetto a quelli derivanti dalle coltivazioni condotte con le usuali tecniche normalmente adottate per l'estrazione della trachite;
  • il progetto sia sottoposto a procedura di valutazione di impatto ambientale e ottenga esito favorevole, anche con prescrizioni;
  • l'intervento proposto si configuri come modifica e/o ampliamento di cave in attività alla data di emanazione del D.M. 17 ottobre 2007 “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)” e sul progetto si esprimano favorevolmente il Comune territorialmente interessato e l'Ente Parco Colli Euganei.
Situazione attuale

A oltre cinquant'anni dalla legge Romanato ci si aspetterebbe che non ci fossero più cave e cementerie in attività all'interno del Parco Regionale e invece le cose non stanno così.
I comitati ambientalisti e gli abitanti delle zone coinvolte premono perché si ponga fine alle attività ancora in essere, mentre le ditte interessate (e anche qualche cittadino) insistono per continuare la coltivazione di cave e la produzione di cemento.

Le motivazioni per cui alcune cave possono rimanere aperte sono chiaramente espresse nel comunicato stampa del 25.11.24 del Parco Regionale dei Colli Euganei:
«Certamente la trachite rappresenta una risorsa, una risposta storica e culturale per il territorio, e la sua lavorazione rappresenta un elemento di identità culturale che contribuisce alla conservazione della memoria storica e al rafforzamento del senso di appartenenza della Comunità Euganea, di talché, consentire la coltivazione in quantità contenuta e con le modalità previste dalla legge è un'opportunità per mantenere viva una tradizione che è parte dei Colli Euganei, tuttavia, l'attività estrattiva deve essere condotta con impiego di metodi di coltivazione innovativi rispetto a quelli tradizionali, funzionali alla diminuzione del consumo di territorio, delle alterazioni del paesaggio e degli impatti ambientali negativi, tenuto conto del fabbisogno di materiale pregiato ai fini della conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico, e con l'effettiva e concreta attività di ricomposizione al termine dei lavori di scavo, al fine di ottenere la “drastica riduzione degli impatti paesaggistici ed ambientali”».

 

Cave

Per prima cosa occorre distinguere tra cave attive, inattive, estinte.
La differenza tra inattive ed estinte sembra solo terminologica e invece è sostanziale. In una cava inattiva, diversamente da quella estinta, anche se abbandonata da molti anni, non è possibile mettere in atto alcun tipo di intervento di ricomposizione ambientale. Solo quando la cava è dichiarata estinta, si può procedere al ripristino o alla trasformazione dell'area.

Dalla documentazione reperita risulta quanto segue.

  • Le cave di pietrisco sono state tutte chiuse.
  • Le cave di trachite da taglio, inattive ma non estinte, sono:
    • Valdimandria (Bonetti) - Montegrotto Terme
    • Turri Alta e Bassa - Montegrotto Terme
    • Monte Lozzo - Lozzo Atestino
  • Le cave di trachite da taglio attive sono:
    • Buso - Cervarese Santa Croce
    • Trachite di Montemerlo - Cervarese Santa Croce
    • Regina - Zovon di Vo'
    • Calti - Zovon di Vo'
    • Rovarolla - Zovon di Vo'
    • Giora - Vo' Euganeo
    • La speranza - Vo' Euganeo
    • Monte Altore - Vo' Euganeo

Le cave sopra elencate dovrebbero cessare le attività a cielo aperto a meno che, in base all'art. 32 della Legge Regionale n. 13 del 2018, non si metta in atto lo scavo in galleria.
In realtà, sono state concesse autorizzazioni in ampliamento a cielo aperto alla coltivazione delle succitate cave finché, nella seduta del 25 novembre 2024, la Comunità del Parco dei Colli Euganei, adeguandosi al parere contrario della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, si è espressa contro la prosecuzione delle attività estrattive in ampliamento delle cave di trachite denominate “Giora”, “Regina”, “Rovarolla” site nel comune di Vò e “Buso” sita nel comune di Cervarese Santa Croce.
Pertanto, allo scadere delle concessioni in essere, le ditte devono passare a nuove tecnologie se vogliono continuare a cavare, almeno fino ai prossimi ricorsi già preannunciati.

 

M. Rovarolla

Monte Rovarolla a Zovon

 

La ditta Martini Costruzioni S.r.l. il 30 luglio 2021 ha ottenuto l'autorizzazione a coltivare la trachite in sotterraneo per le cave “La Speranza e “Monte Altore”, in Comune di Vò, dimostrando che sono possibili metodi alternativi e meno invasivi per l'approvvigionamento di questo materiale lapideo, anche se richiedono maggiori investimenti.

 

Un accenno merita anche l'Albettone. Pur non appartenendo al comprensorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, si trova a sud-ovest della Linea della Riviera dei Berici, perciò possiamo considerarlo facente parte dei Colli Euganei, anche se da internet si trovano notizie opposte.
In questo modesto rilievo continua incessante l'escavazione di scaglia rossa, tanto che sembra sia destinato a subire la fine del Monte Fiorin.

 

Cava Albettone

 

Cementerie

Se quasi tutte le cave vengono chiuse, le cementerie invece continuano a operare, nonostante l'art. n. 19 del Piano Ambientale del 1998 dichiari esplicitamente l'incompatibilità di un'industria di queste dimensioni all'interno di un Parco Regionale.

La Italcementi di Monselice aveva avanzato proposta di ammodernamento degli impianti, bocciato dal TAR del Veneto nel 2012, ma già a metà degli anni '90 del secolo scorso, aveva fatto ricorso contro l'ampliamento della perimetrazione del parco, ma bisogna attendere l'8 aprile 2024 perché il Consiglio di Stato confermi la legittimità dei confini.
Viste le proteste della popolazione, gli esiti dei ricorsi e la flessione della produzione del cemento, a gennaio 2013 lo stabilimento si ferma e gli operai sono messi in cassa integrazione. La chiusura definitiva si avrà solo nel 2016.
L'area della cementeria dismessa, tramite un accordo pubblico-privato, dovrebbe subire una radicale trasformazione. Una parte sarebbe destinata a una nuova area produttiva, alimentata da energia rinnovabile da fotovoltaico, mentre la restante parte diventerebbe un parco urbano.

La Cementizillo si fonde con la Cementeria di Monselice, diventando la Buzzi Unicem Srl, che sta funzionando a pieno ritmo, come si vede dal continuo transito in entrata e in uscita di file di camion.
Nonostante il Piano Ambientale del 1998, la cementeria Buzzi Unicem ha intenzioni di continuare a operare, cercando di convivere con il territorio. Per questo nel 2024 ha presentato un impianto sperimentale all'avanguardia per la cattura della CO2. Il problema è che ci vorranno almeno 10 anni per avere una tecnologia in grado di catturale l'anidride carbonica in quantità superiore a quella dell'impianto sperimentale appena installato.
Intanto le sostanze tossiche si accumulano nel territorio circostante.
Nel 2029 scadrà l'Autorizzazione Integrata Ambientale e, visti gli investimenti, sembra che la cementeria abbia l'intenzione di continuare oltre tale data.

 

cementeria Buzzi

Cementeria Buzzi Unicem

 

Riqualificazione

La natura sta lentamente cicatrizzando le vistose ferite delle cave dismesse, ricoprendole di vegetazione, ma rimane incancellabile il vuoto lasciato dagli scavi e molti dei Colli Euganei hanno perso la loro forma originaria.
Le cave di roccia calcarea sono più facilmente mimetizzabili, non altrettanto quelle di roccia magmatica, soprattutto quelle coltivate per il pietrisco.

Il Piano Ambientale del Parco Colli prevede quanto segue.
L'attività estrattiva delle cave di calcare e marna da cemento cessa improrogabilmente al completamento dei progetti di ricomposizione e recupero previsti dal Progetto Cave. Gli interventi per la ricomposizione ambientale e la destinazione finale d'uso sono fissati come segue, per ogni sito, coerentemente con le ulteriori specificazioni del Progetto Cave:

  • Cava Costa: il progetto di ricomposizione ambientale deve prevedere interventi di sistemazione con movimentazioni localizzate per favorire diverse destinazioni d'uso di interesse per il Parco (piccolo parcheggio, area di sosta e di interscambio, area di interesse didattico naturalistico), compatibili fra loro contemporaneamente purché opportunamente progettate e coordinate; modalità di intervento ammessa: MA, manutenzione;
  • Cava Branchine: il recupero del sito a fini agricoli è direttamente definibile sulla base dell'autorizzazione vigente e compatibile con la sistemazione dei versanti già prevista; modalità di intervento ammessa: RE, restituzione;
  • Cava Monte Fiorin: il progetto di recupero dell'intera area, in cui sono ammessi anche utilizzi turistici sportivi dev'essere orientato alla ricostituzione di una porzione di bosco planiziale per almeno tre quarti della superficie disponibile; modalità di intervento ammessa: MA, manutenzione;
  • Cava Piombà: il progetto di recupero deve mirare a una rimodellazione del sito diminuendo le maggiori pendenze dei fronti di cava, anche con lo stoccaggio di materiali inerti di scarto o di demolizione, secondo un progetto che risponda ai requisiti di legge per le discariche di inerti; modalità di intervento: RE restituzione;
  • Cava Cucuzzola: il progetto di recupero dev'essere orientato alla intensa rivegetazione boschiva dei versanti e, nella parte pianeggiante al reinserimento dell'attività agricola; modalità di intervento ammessa: RE, restituzione.

 

Cava Cucuzzola

Cava Cucuzzola

 

Sono poi in essere interventi per opera dell'Ente Parco dei Colli Euganei, altri di privati, alcuni dei quali destano decisamente delle perplessità. Ne citiamo qualcuno.

 

Sicuramente l'intervento più efficace, al quale ha contribuito anche il G.M.P.E. è quello che riguarda Cava Bomba, a Cinto Euganeo, trasformata in Museo Geopaleontologico nel 1987. Tutte le informazioni sul sito www.museocavabomba.it.

Cava “La Pietraia” a Cinto Euganeo. È una cava abbandonata sul versante sud del Monte Venda, la cui riqualificazione permette non solo di evidenziare l'ex cava come elemento caratteristico dei Colli Euganei, ma anche come luogo di riflessione sul modo in cui l'uomo utilizza irrazionalmente i beni naturali.

Cava di Monte Croce a Battaglia Terme. Lo sbancamento ha messo in luce la struttura geologica del Colle, che abbiamo trattato in altre parti del sito. L'ambiente si è diversificato per vegetazione e situazioni microclimatiche, arricchendosi anche di una zona umida. Altre informazioni qui.

Cava delle More, sul Monte Ricco. È stata trasformata in parco: https://parcocavadellemore.it/.

Cava di Monte Murale a Baone. Dovrebbe diventare un giardino botanico e luogo di attività didattiche.

Cava di Rivadolmo, sul Monte Cero. È riqualificata in Parco delle Ginestre.

Cava Valdimandria (cava Bonetti) sul Monte Oliveto a Montegrotto Terme. Cava inattiva, ma non estinta, mantiene ancora gli edifici dell'attività passata. Nel tempo si è rinaturalizzata spontaneamente e si sono inserite specie animali protette. Recentemente è stata acquisita da Giorgio Bonelli, figlio di Gianluigi Bonelli, il padre del fumetto Tex Willer, con l'intenzione di costruire un parco tematico, il Tex Willer World, ammesso che sia compatibile con le finalità del Parco.

Cava Solana, sul Monte Ricco. Dovrebbe diventare una discarica privata perciò si è iniziato a ripulire quanto la natura aveva nel tempo ricostituito e nella parte antistante si è piantumato un oliveto.

Cava Sociale, sul Monte Ricco. Dovrebbe essere riqualificata con un museo a cielo aperto di archeologia industriale.

Per i geologi, i paleontologi e i mineralogisti

Se dal punto di vista ambientale la coltivazione delle cave costituisce una vera catastrofe paesaggistica, naturalistica, idrogeologica, per gli studiosi delle Scienze della Terra rappresentano un imprescindibile elemento di analisi e conoscenza geologica del territorio.
Il G.M.P.E., nei suoi cinquant'anni di attività, ha compiuto importanti studi e ha fatto rilevanti scoperte nel campo della mineralogia, geologia, paleontologia, grazie alla presenza delle cave. Non stiamo a elencarle, basta sfogliare le pagine del sito in questa sezione.

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